giovedì 9 giugno 2016

Conferenza – Quartiere Harar-Dessié: da “popolare” a “residenziale”



Sabato 11 giugno 2016 - ore 16
Conferenza – Quartiere Harar-Dessié: da “popolare” a “residenziale” (la situazione delle case popolari a Milano)
(Giornata per i 50anni della Biblioteca Harar: “1966-2016, mezzo secolo dà da pensare”)
interviene: Elisa Cherubini
Biblioteca rionale Harar - Via Albenga 2/ang. Via San Giusto
ingresso libero; info: tel. 0288465810 - ATM 16, 49, 64, 72, 78, 80, 423, M5 San Siro Stadio




«E’ ancora attuale parlare di “quartiere”, di quartiere “popolare”, molti anni do­po che questo tema è stato al centro della ricerca dei maestri del Movimento Moderno producendo alcu­ni fra gli esempi più belli e importanti di architet­tura del Novecento, sperimentato in numerosi progetti negli anni prima e dopo la guerra, nel periodo del­la massima espansione delle città e della costruzio­ne delle grandi periferie industriali?
Oggi, numerosi quartieri popolari sono oggetto di preoccupata attenzione poiché concerntrano al loro interno una serie di problematiche, sia di tipo edilizio che sociale, che paiono quasi irrisolvibili».
 (Il Quartiere Harar-Dessié a Milano, Elisa Cherubini, 2010)

I tragici fatti di Bruxelles, che seguono quelli di Parigi, hanno riportato drammaticamente l’attenzione sulla condizione delle periferie e, in tale contesto, della particolare problematicità rappresentata dalla persistente condizione “fuori controllo” dei quartieri di edilizia residenziale pubblica. Situazioni “fuori controllo” legate alla consistente presenza di categorie sociali “deboli”, dagli anziani alle persone con problemi psichici (quasi la metà dei residenti), ma soprattutto da presenze con tendenza alla “prevaricazione”. Con traffici illeciti di ogni genere ed i vari racket delle occupazioni abusive ed i collettivi che la fanno da padroni, come denunciato più volte dai comitati di abitanti. Quartieri dove vale la “regola del più forte”, dove è evidente il “male” dell’abitare.

RIGENERAZIONE SOCIO-ABITATIVA
Allora, è di tutta evidenza che c’è un “insieme” di istituzioni e di norme che non funziona, perché il tema delle case popolari rimane affrontato secondo vecchie logiche, così a rimetterci sono i cittadini più deboli, in quartieri dove continuano ed essere inserite solo persone con fragilità, fatta eccezione per qualche sperimentazione che non fa certo primavera. Invece, è necessaria una vera “rigenerazione socio-abitativa”. Ma, per sperare che ciò accada è necessario un mutamento di atteggiamento, un cambiamento culturale “diffuso”, che non sia limitato a dei singoli episodi, ma coinvolga la città nel suo complesso. Peraltro, l’impressione è che i contributi “innovativi” siano visti come delle “invasioni di campo”, che sconvolgono (?) consolidati modi di fare.

CASE POPOLARI

Milano ha un patrimonio di oltre 70mila abitazioni di proprietà pubblica (41.700 Aler/Regione + 28.700 Metropolitana Milanese/Comune), di cui oltre 3.000 occupate abusivamente, mentre altre 6.500 sono sfitte. Poi, ha anche 12.800 box/posti auto e 2.900 negozi/laboratori, anche questi sfitti per il 30%.
Un patrimonio di “sfitto” che, con opportune iniziative integrate, deve dare risposta alle persone con fragilità, ma deve anche programmare un massiccio inserimento di abitanti che vogliano farsi carico delle problematiche socio-abitative, a partire dall’utilizzo di 500 monolocali inutilizzati perché troppo piccoli per essere assegnati, ma che potrebbero essere destinati agli studenti universitari, come anche più volte proposto dal Politecnico ed altri. Perché l’housing sociale non è in primo luogo da costruire, ma da realizzare nei quartieri popolari esistenti.

COOPERAZIONE ABITATIVA
Da questo punto di vista, l’esperienza della Cooperazione abitativa – che a Milano gestisce oltre 7.000 appartamenti – è un concreto punto di paragone, che può contribuire anche alla definizione delle modalità gestionali di Aler e Metropolitana Milanese. Infatti, i locali non sono lasciati vuoti, ma ci hanno fatto il teatro, la biblioteca, l’ospitalità per chi fa il doposcuola o distribuisce i pasti a chi non è autosufficiente o aiuta i disabili. Quindi, un confronto aperto e costruttivo non ci parrebbe fuori luogo, se si vuole la partecipazione o, meglio, la “progettazione partecipata”. Altrimenti sono solo buone intenzioni … e, poi, illusioni. 

GIAMBELLINO-LORENTEGGIO
Intanto, Comune di Milano, Regione Lombardia e Aler hanno previsto un investimento di 85 milioni nel quartiere Giambellino-Lorenteggio per riqualificazione degli stabili, interventi di ecoefficientamento degli edifici pubblici, illuminazione pubblica, avvio di imprese sociali, sostegno ai soggetti in difficoltà economica e Laboratorio di quartiere.
Peraltro, nello scorso 2015, proprio al Giambellino c’è stata una iniziativa innovativa con il progetto di “rammendo delle periferie” realizzato da quattro architetti del Gruppo G124 promosso dal Senatore a vita Renzo Piano (www.renzopianog124.com): operando dal basso è possibile migliorare la qualità dei quartieri attraverso interventi di “rammendo” e progetti di “innesto”, che non hanno bisogno di grandi finanziamenti e di grandi progetti di pianificazione, favorendo il lavoro degli artigiani locali. Anche qui: è proprio fuori luogo chiedere un confronto aperto e costruttivo, nel vero senso della parola, tra chi investe e chi ha lavorato per un intero anno?

REGIA
Il problema è che Milano è capace di costruire nuovi quartieri che hanno stupito, ma anche di avere un enorme patrimonio edilizio pubblico disastrato. Manca una “regia” complessiva, ma anche sul territorio: «Milano è come  un operoso alveare, con tante celle che non comunicano tra di loro. Una Milano che non fa sistema, (…) che per farlo deve guardare oltre la cerchia delle mura spagnole» (Indagine IPSOS, Immagine Milano).
Così, le “periferie”, sia quelle più degradate, sia quelle residenziali, sono sempre a rischio, perché la prima a non essere organizzata per fare sistema tra le decine di funzioni presenti sul territorio è proprio l’organizzazione dell’Amministrazione comunale.

MUNICIPI
I Consigli di Zona, anche in tema di “casa”, sono stati relegati al ruolo di spettatori, contrariamente a quanto previsto dal regolamento del 1977 (e continuerà ad essere così anche con i nuovi Municipi!). E gli abusivismi non cessano ed i costi, sia economici, ma soprattutto sociali, aumentano. Quella dei Municipi è una questione che i Candidati Sindaco dovrebbero tenere in grande considerazione, altrimenti ci facciamo solo illusioni: periferie e case popolari rimarranno come adesso, come ieri e l’altro ieri.

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